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LE 1001 MARRAKECH/ Parte I.

Quella di Marrakech è una storia di contrasti.

Di passato e di presente, tradizione e modernità, ricchezza e miseria, profumi dolci e di odori acri. Marrakech l’orientale e Marrakech l’occidentale.

La cosa che ricorderò più di tutte di Marrakech sono i suoi colori.

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Come il rosa. Dal rosa antico al rosa chiaro, schiarito dal sole, che vira verso il giallo, il colore della terra, del deserto, della sabbia. Hanno quel colore i 19 chilometri di mura che abbracciano la città vecchia, un groviglio di stradine dove sfrecciano vecchi motorini a miscela e su cui si affacciano botteghe due metri per tre dove dentro ci fanno di tutto. Arrostiscono carne, tagliuzzano frattaglie, vendono pollame (che tutto si può dire fuorché non sia di giornata: le gabbie con le galline sono lì, in fondo alla botteguccia, che attendono ignare – o forse no – il loro destino). O, ancora, il rosa intenso delle buganvillee, che scendono a grappoli dalle mura in ogni strada.

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E ancora, il verde. Quello della menta, ammucchiata in fasci posati sopra i banchi ai bordi delle strade o nelle piazze. È indispensabile tuffarci il naso in un mazzetto se si visitano le Tanneries, le concerie a cielo aperto di Marrakech, dove gli artigiani lavorano in modo naturale le pelli. E poi c’è il pane (buonissimo) e le fragole sui carretti il cui profumo si sente a distanza. I datteri, le spremute di arancia. Gatti che gironzolano in attesa di qualcosa, bambini che giocano a calcio nei vicoli e tifano per il Barcellona, per il Real Madrid e per la Juventus.

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E poi il blu. Ho imparato che esiste una sfumatura di blu particolare, il “blu Majorelle”, che prende il nome dei bellissimi giardini Majorelle, che furono fonte di ispirazione per Yves Saint Laurent. E che è diventato il mio colore preferito.

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Marrakech la rumorosa. Tamburi, flauti per incantare i serpenti. Quelli che trovi nel cuore pulsante della città vecchia, la piazza Jemaa el Fna attorno alla quale si attorciglia la Medina. È una piazza che si trasforma, Jemaa el Fna. La mattina mercato, la sera spettacolo. E cibo, con le panche allestite per mangiare quello arriva dalle bancherelle: spiedini di carne, pollo, lumache, uova.

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Cosa dire del souk? Con i suoi tappeti, le sue babbucce di pelle colorate, le lampade in ferro battuto. E i banchi che si riversano sulla strada carichi di chebakia, biscottini fritti irrorati di miele e di semi di sesamo.

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Ma non c’è solo poesia. Non c’è solo incanto (turistico). Non ci sono solo i profumi delle spezie a Marrakech, che si divide tra tradizione (dentro le mura) e modernità (fuori le mura, con una piazza dove trovi dal MacDonald a Zara). Il naso è messo a dura prova nelle stradine più povere della Medina, dove la carne appesa fuori dalle bottegucce (a cominciare da quelle che sgozzano le galline) emana un odore dolciastro e intenso. E le nuvole grigie sbuffate dai motorini non aiutano a ripulire l’aria. Sopra tutto questo però volano e garriscono impavide le rondini. E le cicogne, che fanno i loro nidi su alcuni dei minareti o sulle creste delle mura.

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Si alloggia negli hotel o nei numerosi riad, che sono solitamente piccole oasi di pace. Le tipiche abitazioni sono maison d’hôtes, piccoli hotel/bed and breakfast. Hanno porticine anonime e non ti aspetti, una volta dentro, di trovarci un pezzettino di paradiso. Non ci sono più odori, non ci sono più rumori. I riad hanno solitamente una graziosa piscina interna e quello dove ho alloggiato io, il Riad du Petit Prince, anche una terrazza dove poter prendere il sole. Pulizia, ordine, cura per i dettagli e pace, tra alberi d’arancio e tappeti artigianali.

Riad du Petit Prince

Riad du Petit Prince

Cosa mi ha colpito di più a Marrakech? Il tè alla menta, il cui profumo è emanato da tutti gli angoli e da tutti i palazzi di mosaico del souk. Perché non era quello che mi aspettavo. Perché avevo già fatto il tè alla menta a casa e non era nemmeno comparabile a questo. Perché fare il tè alla menta, come mi hanno insegnato al Riad du Petit Prince, è un rito.

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Quindi, se dovete portarvi un souvenir da Marrakech cercate una buona teiera e il tè verde in grani (lì la marca Sultan è la migliore, la trovate nelle botteghe o al supermercato). E non dimenticate di piantare la menta piperita sul balcone o in giardino.

 

Tè marocchino alla menta.

  • un paio di mazzetti di menta piperita
  • 2 o 3 cucchiaini di tè verde in foglie (dipende dalle dimensioni della vostra teiera)
  • due zollette di zucchero
  • acqua bollente

Scaldare l’acqua in un pentolino. Nel frattempo, in una teiera mettere le foglie di tè verde e lo zucchero. Una volta che l’acqua è bollente trasferirla nella teiera e sciogliere lo zucchero. Aggiungere i mazzetti di menta. Mettere sul fuoco la teiera e farla andare a fuoco molto, ma molto dolce per 3-4 minuti: deve formarsi una leggera schiuma bianca sulla superficie. In questo modo le foglie di menta rilasceranno tutto il loro sapore.

Il tè è pronto per essere servito: eventuali residui delle foglie di tè verde all’interno della bevanda sono del tutto normali.

Da bere per colazione con pane fresco, burro, marmellata, accompagnato da un piatto di frutta fresca. O nel pomeriggio, per una pausa rinfrescante.


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La menta. 

La menta ha proprietà disinfettanti e cicatrizzanti e contiene sostanze antibiotiche, limonene e isovalerianato. Non è un caso che nei paesi arabi si utilizzi molta menta: mette in fuga le mosche e le zanzare attirate dalle vettovaglie. Una precauzione saggia: dove la calura favorisce il pullulare dei microbi la presenza della menta (scrive Maurice Méssegué in Ha ragione la natura, Mondadori) “è una garanzia di protezione perché questa pianta è un potente antisettico”. Serve a ritemprare le energie, è quindi consigliata la mattina o nel corso della giornata ma non prima di andare a dormire, perché potrebbe provocare un po’ di insonnia. Lo sapevate che la menta ha fama di essere afrodisiaca? Regolarizza, scrive Messegué, le funzioni sessuali sia degli uomini che delle donne.

Guarda altre foto del mio viaggio a Marrakech!

 

 

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