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LO SPRECO INUTILE

Cinque milioni e mezzo di tonnellate l’anno rottamati da mercati e supermarket. Ovvero 12 miliardi buttati al vento, in Italia.
Muffe, marciume&co? No. Spesso si tratta di cibo non ancora da buttare. Sono gli impietosi dati pubblicati oggi dal quotidiano La Stampa in un articolo che vi consiglio di leggere a firma di Maurizio Tropeano.
Pezzi di formaggio ancora buono, focacce ancora morbide. La Stampa ci ha messo mano (e naso), in mezzo a quello che buttiamo, nell’aia di stoccaggio dell’impianto di compost gestita dalla società Territorio e Risorse alle porte di Santhià, in provincia di Vercelli, in Piemonte. Per verificare se davvero è tutta roba andata – anche se ufficialmente, secondo la burocrazia dell’etichetta, probabilmente lo è.

Il problema è che c’è troppo. Troppo di tutto. Ogni volta che entro in un iper-super non vedo altro che metri quadrati riempiti all’inverosimile di scaffali e banconi traboccanti (ma traboccanti davvero) di ogni cosa. Una cuccagna del cibo che sembra non avere mai fine. E che ti spiazza. Entri per comprare uno yogurt ed esci con focaccia, sushi e un succo bio alla mela che non berrai mai, perché a te la mela neanche piace.
E che getterai assieme al pane precotto e riscaldato nei forni del super-iper con farine che arrivano da chissà dove.

Dove stiamo andando? Dove siamo già arrivati?

Mi ricordo i vecchi negozi di alimentari. Mio zio ne aveva uno, una volta. Lì c’era il necessario, con qualche sfizio. Non il sovrappiù che è diventata la regola. Anni in cui si teneva il conto di quello che si spendeva e solo ogni tanto si comprava quello che non serviva e non l’ultimo stadio delirante da mondo dei balocchi a cui ormai ci siamo assuefatti e senza il quale ci fanno credere di non poter sopravvivere. Il riflesso rovescio di questo mondo storto di oggi.

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